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La scommessa sul polo del lusso italiano

In un momento delicato come la crisi economica legata al Covid, pensare a una conglomerata del lusso che faccia da leva per la ripartenza, potrebbe risultare vincente.

Alla fine, la questione è sempre la stessa: fare sistema. Nel Made in Italy, la regola, che per molte realtà internazionali è sacra, non dovrebbe essere un’eccezione. Soprattutto se l’intento è quello di evitare un nuovo shopping straniero di quei brand che continuano a fare gola ai colossi internazionali del fashion.

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A rilanciare l’ipotesi, la settimana scorsa, è stato Carlo Mazzi, presidente del gruppo Prada, secondo il quale ‘servono più aggregazioni tra aziende’.

Del resto, negli ultimi 20 anni, big player del settore, come LVMH e Kering, hanno fatto incetta di griffe italiane, arruolando nelle proprie scuderie etichette come Fendi, Berluti, Loro Piana, Bulgari, Emilio Pucci, Gucci, Bottega Veneta e Brioni, e in alcuni casi, come per la griffe della doppia G, rilanciandoli con risultati più che straordinari.

Molto è stato venduto, è vero, ma gruppi come Prada, Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Ferragamo o Trussardi, restano saldi in mano ai fondatori o alle seconde e terze generazioni, nonostante i rumors li abbiano dati in passato come papabili all’espatrio.

In Italia, va ribadito, nessuno è riuscito ancora a inventarsi un polo del lusso in grado di gareggiare con i colossi francesi, nonostante le dimensioni raggiunte da molte aziende negli anni. Ecco che la crisi scatenata dal Coronavirus potrebbe fare da leva per tutta la filiera del Made in Italy, spingendola a fare sistema, creando quel polo italiano del lusso da molti invocato mai realmente realizzato.

Cambiamenti post Lockdown

Il Covid porterà a delle aggregazioni e a dei cambiamenti, poiché ci sarà bisogno di creare delle nuove sinergie con risorse e capacità per poter affrontare al meglio le avversità a cui andremo incontro. Pensare a un polo lusso come in Francia, però, è un altro paio di maniche. Ma quali sono le differenze?

Quelli francesi, contrariamente a quello che sta accadendo in Italia, nascono da patrimoni costituiti sull’immobiliare, sulla distribuzione, wines and spirits. Poi, in un secondo momento, hanno aggregato con la crescita anche la moda, che è un grande cavallo di battaglia.

La scommessa sul polo del lusso italiano

L’Italia, se si guarda al settore, ha delle realtà che sono nate nella moda e che nella moda si sono affermate ma non hanno grandi finanziamenti in altri settori industriali, questa è la differenza.

Certo che creare un polo del lusso che inglobi i big del Made in Italy sarebbe impegnativo dal punto di vista finanziario. Strategie diverse rispetto al mondo della finanza. Bisogna valuta le diverse affinità ed identità delle singole parti coinvolte. L’Italia, tuttavia, ha tutte le potenzialità per puntare a un polo nazionale.

Qualcuno è convinto che un ruolo strategico potrebbero giocarlo il patron di Diesel, Renzo Rosso, o Remo Ruffini, numero uno di Moncler. Il primo ha già nel portafoglio Margiela, Marni e Viktor&Rolf. Il secondo continua a guadagnare consensi ed è un nome che tra gli addetti del settore continua a spuntare nel risiko del fashion come possibile aggregatore della moda tricolore.

In quest’ottica, anche il ritorno in Ferragamo in veste di vicepresidente esecutivo di Michele Norsa, già al vertice di Gruppo Valentino, Marzotto, Benetton Sportsystem Active, viene salutato positivamente da chi spera nella nascita di un conglomerato di aziende nel settore del lusso.

Fondo Strategico Italiano

A tenere le redini potrebbe essere Fsi, Fondo Strategico Italiano – lo stesso Norsa, che siede anche nei CdA di Missoni ed Ermenegildo Zegna Holditalia ed è vicepresidente di Biagiotti Group, ne è industrial partner, ndr – e che già in passato era finito sulla bocca di analisti e investitori come candidato ideale per riorganizzare il settore.

Lo stesso AD di Fsi, Maurizio Tamagnini, sulle pagine di Corriere Economia qualche mese fa si era detto ”convinto” di poter costruire un polo del lusso ispirandosi ”ai due grandi gruppi francesi”, LVMH e Kering.

Il sogno di creare un polo del lusso italiano stuzzica anche Giovanni Tamburi, che prima dell’inizio della pandemia, intervistato dal Corriere della sera aveva spiegato che “il sogno di un investitore che ama il made in Italy è quello di essere il motore di una grande aggregazione che veda al centro Giorgio Armani, un maestro per tutti. E possa coinvolgere altri grandi imprenditori come Renzo Rosso o la famiglia Prada-Bertelli’.

Va specificato, nessuna trattativa sarebbe in corso, ma le premesse per puntare a un polo del lusso nazionale, nonostante il peso economico del virus, sembrano esserci tutte.

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