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Maradona l’orribile selfie con la bara e il morto

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Maradona l’orribile selfie con la bara e il morto

Maradona non c’è più. Lo piangono i tifosi da tutto il mondo. Qualcuno osa criticare gli eccessi di una vita vissuta tra le vette della celebrità, gli agi del denaro e del lusso, e gli abissi della droga.

Maradona il “Dio” del calcio, il politico (a fianco dei leader dell’America Latina), il ragazzo che si è elevato dalle tristi e inospitali periferie dell’Argentina, ma che non ha mai dimenticato le sue umili origini, e la durezza della vita in povertà.

Come accade in questi casi, la storia si può leggere in molti modi differenti. Perché una storia è fatta di un percorso personale, di successi e di sconfitte, ma quando c’è dietro un talento d’oro (e il nostro Diego di talento con il pallone ne aveva da vendere) la vita ti può portare velocemente al successo che, in una società dominata dai consumi e dal mercato, significa tanti soldi, ma davvero tanti, più di quanti saresti mai stato capace di immaginare.

Una indigestione di denaro può renderti la vita comoda, lussuosa, ma anche densa di pericoli e insidie. Il successo e la sconfitta, scriveva Rudyard Kipling, sono due impostori da trattare alla stessa maniera. Il primo ti seduce, l’altro ti isola: perché quando le tue tasche traboccano di denaro, gli amici inutili abbondano; quando cadi in miseria, solo gli amici veri ti rimangono accanto.

Quante persone di successo abbiamo visto cadere negli inferi della droga, prede di truffatori, vittime di opportunisti (sovente partner) che ne hanno sfruttato notorietà e sentimenti? Mi vengono in mente due nomi: Whitney Houston e Amy Winehouse.

Due artiste meravigliose, due donne stupende, con un talento ineguagliabile. Non ci sono più, trascinate dal vortice del successo, dalle vette, che si trasformano improvvisamente in abissi infernali.

Ricordo il giovane Diego Armando Maradona agli esordi, in qualche intervista ascoltata per caso. Un giovanissimo ragazzino, semplice, impacciato, con in testa un’unica cosa: il pallone, e nel cuore il sogno di diventare un grande calciatore.

Così è stato. Con tutto quello che comporta diventare ricchi e famosi. Giudicare oggi una vita così complessa è troppo facile, guardando dal di fuori. Come suol dirsi: infilati le mie scarpe e ripercorri la strada che ho percorso io… poi ne parliamo!

Di sicuro quello che rattrista è quella foto degli addetti alla gestione del feretro che, senza ritegno, e alcun rispetto, si fanno un selfie con il cadavere del nostro Diego, e la postano sui social.

Troppo sovente si supera il limite del rispetto delle persone di successo; si crede che il loro essere personaggi pubblici, che entrano nelle nostre case attraverso la televisione, faccia di loro una nostra proprietà, un oggetto da esibire, da tormentare con le nostre pretese di avere, anche noi sconosciuti, una briciola di notorietà, i nostri quindici minuti di gloria.

Un brutto selfie, una vicenda triste e squallida, sulla quale riflettere.

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